Marketing Consumer

Non è un prodotto anche questo?


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Usare i preferiti di Twitter come voti

Mi sono chiesto spesso a cosa serve la funzionalità di Twitter che permette agli utenti di stellinare i tweet.
Cliccando sulla stellina si aggiunge il tweet in questione alla propria lista di preferiti, mantenendolo lì non si sa bene a fare cosa.

Personalmente non lo uso molto, anzi, direi che non lo uso quasi per nulla

preferiti twitter

Ogni tanto ci sono discussioni su cosa servano, sono un po’ meno di un retwit, un po’ meno di una risposta. Qualcuno dice che è un modo per dire “sono d’accordo”, senza però essere invasivo.

Una specie del Mi Piace di Facebook, con la differenza che poi i tweet in questione vengono raccolti in una lista e possono essere consultati facilmente (anche se altri strumenti più avanzati come TweetDeck permettono una cosa simile, più agilmente e destinando la funzionalità alla gestione avanzata di un profilo).

Dal punto di vista dell’esperienza di marketing o customer care su Twitter, poi, non ho mai riscontrato esempi interessanti circa l’utilizzo di questa funzionalità.

Fino ad ora almeno.

La redazione di Pechino Express, programma Rai divertente e molto ben realizzato, ha sapientemente usato Twitter durante la trasmissione.
Sia con il profilo principale, sia con quello del conduttore Costantino della Gherardesca, sia con quello di qualche partecipante al reality.

Interessante, oltre all’uso dell’hashtag #pechinoexpress anche l’inserimento costante di immagini su Twitter, sempre di grande effetto e pronte per essere ritwittate.

Durante la finale però ha fatto un’operazione che personalmente non avevo mai visto, e che mi sembra particolarmente interessante e convincente: ha usato i preferiti di Twitter come voti.

I livelli di engagement dell’iniziativa non mi sembrano male (non so se quei numeri però sono significativi o no), in ogni caso mi sembra un modo molto simpatico per aumentare il coinvolgimento dei propri follower e, soprattutto, di sfruttare una funzionalità del social network.

Sicuramente è una deviazione rispetto all’idea originaria di archiviare un tweet, però mi sembra un modo davvero interessante per sfruttare le potenzialità del social network.

Altri seguiranno la strada di Pechino Express?

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Il consumatore non è fesso!

Fin dalla prima pubblicità ho notato qualcosa che non andava. Come se il messaggio proposto stridesse in qualche modo con l’immagine.

Rivedendo ora sempre più spesso lo spot, complice il caldo estivo e la spinta pubblicitaria verso cose rapidi e pronte con poco sforzo ho realizzato.

Lo spot di cui parlo, forse l’avrete capito visto che sta particolarmente martellando, è questo.

Dakota Aia

La salsiccia di Aia che viene impetuosamente presentata come pronta in due minuti.

Ma cosa c’è che non torna nell’immagine?

Esatto: il contorno! Perché sarà anche vero che la salsiccia si prepara in poco tempo, ma le patate al forno no!
Quelle vanno pelate, lavate, asciugate, tagliate e messe nel forno caldissimo (l’ideale con queste temperature infuocate).
Il tutto richiede più di mezz’ora, altro che due minuti ed è pronto!

Girando ho visto che non sono l’unico a notare questa cosa, visto che il blog Marketising ha segnalato l’incogruenza, che è stata poi ripresa dall’ottima pagina Facebook di UME Unidentified Marketing Events.

Loro parlano, dal lato degli addetti ai lavori, di advertising fail, visto che il messaggio che passa è contraddittorio e può inficiare l’efficacia della campagna.

Io, sempre dal lato del consumatore, dico che non sono fesso!

Mi piacciono le salsicce con le patate al forno, ma se le voglio in due minuti le prendo alla rosticceria sotto casa…  🙂


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Perché il Segway ha fallito?

Essendo sia un consumatore molto attento sia un appassionato di tecnologia e affini, un geek per intenderci, rimasi subito affascinato quando uscì questo coso qui.

segway

Diciamo che l’idea era talmente tanto innovativa e la tecnologia talmente affascinante da non poter trattenere un forte desiderio di acquisto. Non che ci dovessi fare granché, però diciamo che l’attrazione per il prodotto era molto alta.

Come è andata a finire poi?
Semplice: non solo non ho mai comprato un Segway, ma non ci sono nemmeno mai salito sopra.

Mi sono sempre chiesto perché alla fine tutta la campagna di marketing, gli articoli e i servizi su questo prodotto si siano rivelati poi una bolla di sapone. Perché una cosa che doveva essere così innovativa e coinvolgente sia poi finita in un flop, relegando il proprio uso alla security dei centri commerciali, o a qualche negozio che vuole avere commessi o magazzinieri un po’ più cool del solito.

Cercando in giro ho trovato un articolo di InnovationManagement in cui Paul Sloane spiega proprio perché il Segway ha fallito, identificando cinque punti deboli del prodotto.

Vediamo quali sono, e quale commento si può dare dal lato del consumatore del prodotto.

  1. Le aspettative erano troppo alte

    Questo è un punto dolente che ha causato, e causerà, il fallimento di tantissimi prodotti e l’infelicità di tantissimi consumatori. Uno dei marchi più colpiti, da rumors, speculazioni e voci pre-uscita è Apple. Il punto è dolente perché spesso i produttori o esaltano troppo i loro prodotti, o creano un hype prima della presentazione troppo alto.

    Mentre comprendo che molte voci e commenti non si possono evitare, vanno però mitigate. Penso sia compito di un buon reparto marketing di un’azienda cercare di monitorare e contenere (laddove possibile) i commenti non reali o le voci esagerate, che possono ingenerare aspettative troppo alte. Pronte solo per essere smentite all’uscita stessa del prodotto. Sloane dice esplicitamente che un’attività di PR è sempre valida, ma in questo caso è stata overdone. Cioè chi ha curato la parte marketing del lancio del Segway è caduto nella sua stessa trappola, credendo troppo nel prodotto e presentandolo come una rivoluzione, come il futuro dei trasporti.

    Quando si è scoperto che era solo un gadget bello e costoso, la delusione ha preso il sopravvento sui lanci pubblicitari.

  2. Era un prodotto, non una soluzione

    Come ogni strumento di trasporto, ma anche come ogni gadget, il consumatore necessita di una definizione del contesto di utilizzo.

    Faccio un esempio: se ho una fotocamera digitale e ne compro una col GPS integrato è perché voglio che inserisca già le coordinate delle foto quando le metto su Flickr, ma questo avviene perché ho già delle strutture a supporto del contesto. Qualora avessi acquistato un Segway, dove sarei andato? Dove avrei caricato le batterie? L’avrei potuto guidare in altro percorso che non sia dentro un centro commerciale?  Difficile a dirlo, ma sicuramente la mancanza di definizione del contesto, la causa generante di tutte queste domande, ha come effetto un forte freno all’acquisto del prodotto.

  3. Non aveva un target specifico né rispondeva ad una necessità specifica

    Una delle capacità, prendendo sempre come esempio Apple, di Steve Jobs era quella di capire cosa volesse la gente.

    Qui ci troviamo di fronte ad un gadget molto costoso, che però non risponde ad una reale esigenza del mercato (vedi anche il punto 2). Mi serve davvero? Ma per farci cosa? Per andarci dove?

    Anni fa molta gente, me compreso ovviamente, era assolutamente disponibile a comprare un iPod da un milione e mezzo di lire per avere con se migliaia di canzoni. Io stesso comprai per una cifra simile uno dei primi smartphone, il P800, per avere praticamente un computer sempre appresso. Ma il Segway?

    Alla fine si è scoperto, appunto, che la necessità era di gestori di centri commerciali e che il target erano addetti che dovevano muoversi velocemente. Un po’ pochino no?

  4. Era un’invenzione, non un’innovazione

    Abbiamo capito che innovazione è qualcosa che rientra in un contesto, recepisce un’esigenza specifica e, risolvendola, coinvolge pienamente il proprio target.

    Il Segway era una grande invenzione (il meccanismo di guida e stabilità su due sole ruote, con motore elettrico), ma poco altro in più. Ed essendo un’invenzione è stata trattata come tale fino alla sua presentazione al pubblico: è stata tenuta segreta, non è stata provata su strada, non sono stati fatti focus group né ricerche di mercato, né si è cercato in qualche modo un feedback degli utenti.

    Anzi alla fine, racconta Sloane, i suoi inventori si sono stupiti che la gente lo criticasse. Pensavano di aver inventato uno strumento estremamente cool, quando veniva percepito come dorky.

  5. Le normative

    Il problema forse più spinoso è quello lasciato per ultimo: il Segway non era a norma in gran parte degli stati in cui fu presentato.

    Ora, il problema del rispetto delle normative è tanto più grave quanto un prodotto è rivoluzionario. Se infatti sviluppiamo e presentiamo un qualcosa che cambia radicalmente il nostro modo di vivere o di fare una cosa fatta in precedenza, allora è molto probabile che la legislazione attuale non sia pronta a riceverlo.

    Questo problema però, esattamente come nei punti precedenti, non fu analizzato preventivamente. Anzi, non ci pensarono proprio! Il risultato fu che quelli che avevano comprato il Segway si ritrovarono a non poterlo usare sui marciapiedi ad esempio, luogo ideale perché per strada sarebbe stato troppo pericoloso.

La sintesi di Sloane, che condivido appieno, è che un prodotto per essere realmente rivoluzionario e non una semplice idea (anche geniale eh) realizzata e venduta, deve prevedere delle fasi iterative e dei ragionamenti sui suoi punti di forza e debolezza prima di essere immesso sul mercato.

L’assenza di questa fase viene comunque percepita dai consumatori, che si trovano in una situazione di dubbio e incertezza rispetto ad un prodotto che magari vogliono comprare. E il dubbio e l’incertezza, se non chiariti bene in fase di acquisto, possono inibirlo, e lasciare il prodotto sullo scaffale.

Questa è sicuramente responsabilità dei settori marketing, ma anche di chi sviluppa un prodotto o una soluzione, di chi la pensa e la costruisce. Perché si fa presto ad avere un’idea e magari anche riuscire a commercializzarla.

Però poi bisogna anche venderla, e per venderla serve che piaccia, sia utile, e sia usabile.


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Ho mille follower, e ora?

Ho trovato molto divertente e interessante questa presentazione, pubblicata qualche tempo fa negli Onion Talks (una  molto ben fatta satira dei troppo tanto pubblicizzati TED Talks)  che mette in scena una efficace parodia di come viene erroneamente percepito il valore aggiunto dei social media da parte di aziende anche rilevanti, e come i consulenti di marketing sfruttino questa errata percezione per offrire un risultato scadente, se non praticamente nullo.

Ma vediamo prima il video, poi ne riparliamo. 🙂

Oltre ad una critica molto divertente e abbastanza fondata sul ruolo delle agenzie di social consulting, il senso è proprio che gran parte delle attività di supporto ad un brand si riducono semplicemente al fatto di aumentare banalmente il numero di like, follower, +1, e chi più ne ha più ne metta.

Anzi, molto intelligentemente i ragazzi di The Onion citano esplicitamente gli account fake, creati e pagati apposta al soli fine di far aumentare il numero dei follower, dei like, dei quellochevvepare.

E nel video si ironizza dicendo esplicitamente quello che tutti sanno di questo tipo di metodi, e di come viene aumentata l’audience di un profilo social:

All these accounts were robots. So we didn’t have to tweet anything.

Ma se tutti sanno tutto, ci cascano ancora? E sì, decisamente sì.

Proprio su Facebook sono incappato in pubblicità di questo tipo qualche mese fa, e le ho salvate proprio perché era interessante.

Aumentiamo i like

E notare che Post consigliato vuol dire che questa è un’inserzione a pagamento. Quindi c’è un riscontro notevole perché se pagano vuol dire che ci rientrano, o almeno sperano di farlo.

Tuttavia l’annuncio non solo aveva tanti Mi piace, ma anche dei commenti. Così sono andato a vedere cosa dicevano quelli che probabilmente hanno usato il servizio.

Un commento mi ha particolarmente colpito:

cixilike

Si tratta di una pagina amatoriale della cantante Cixi di X-Factor. Il gestore di questa pagina ha aderito all’offerta pubblicizzata e si complimentava del fatto che in 5 giorni avesse raggiunto 3000 nuovi Mi piace.

E questa è solo la parte in chiaro della compravendita di follower, quella che può anche basarsi su campagne di marketing e profili reali (certo con numeri così…).

C’è infatti poi tutta una parte nascosta che invece parla esplicitamente di acquisto di account fake per aumentare la propria “popolarità”.

Nel corso del mio lavoro ufficiale ho letto infatti un report di Imperva della serie Hacker Intelligence Initiative (HII), che si intitola Monitoring Hacker Forums (qui trovate il PDF).

Nel report, oltre ad analizzare altri scambi di materiale e servizi più o meno legali, si parla proprio di social network.
Con tanto di offerte e cifre del tutto analoghe a quanto visto sopra.

Hacker Forum Like

Fonte Imperva.

Anzi, i prezzi sono anche più convenienti e, trattandosi di account palesemente fake sono follower sicuri.
Questo avviene sia perché sono account falsi, sia perché molti di questi haker rivenditori di fan controllano account reali, tramite password o applicazioni malevole, e quindi per loro è un attimo far cliccare ad uno dei loro profili la vostra pagina, o il vostro tweet.

Fonte Imperva.

Fonte Imperva.

Quello che non capisco però è che senso ha questa storia?

Che senso ha comprare dei like o dei follower non reali, addirittura da account fasulli? Che senso ha inoltre farlo per una pagina amatoriale.

Personalmente gestisco diverse pagine Facebook, sia dell’altro blog che di questo.
Quella più di successo è senza dubbio la pagina Facebook di Weekendout.it, emanazione del blog omonimo a cui partecipo e che raccoglie un buon numero di persone.

Ad oggi la pagina ha molto più di 300 like e più di 200 follower su Twitter, ma sono tutti guadagnati sul campo, con soddisfazione e impegno.
E molti naturalmente seguono più su Facebook che sul blog, o viceversa, il che significa ottimizzare i contenuti e sfruttare i social network per pubblicizzare cose diverse e tempi e modi più adatti alla loro velocità.

Certo ci vuole impegno, ma è gratis e da molta più soddisfazione.

Insomma, dalla mia piccola esperienza quello che ho capito è che alla fine, soprattutto se lo si fa per passione, spendere soldi inutilmente non serve. Serve applicarsi e creare contenuti nuovi ed interessanti.

Dopo di che i fan, reali non finti, verranno sicuramente.

E se sei un’azienda tanto peggio, visto che se ti devi comprare i tuoi follower, allora hai problemi molto più grossi che non la presenza sui social media.

Federico


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Il marketing dal basso, ancora su Facebook

Torniamo a parlare della serie marketing dal basso e torniamo, ancora una volta, ad analizzare una campagna pubblicitaria su Facebook.

Stavolta mi è comparsa questa offerta:

top eleven

Ora, ok usare Facebook per fare le offerte, ok spendere soldi per la sponsorizzazione, ma CIMA UNDICI?

Almeno traducete bene il vostro nome! 😀

Federico


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Buon compleanno, Marketing Consumer!

Essì, un anno fa questo blog apriva ufficialmente i battenti con il post Io non sono (d)efficiente!, una prima critica (e analisi) sull’uso dei media e sulla percezione, almeno una volta, dalla parte di chi i prodotti e gli spot li subisce e li consuma, e non chi li crea.

torta

Quindi oggi festeggio il primo anno di attività da Consumatore del marketing, con un bilancio più che positivo sia come riscontri sia come spazio personale per parlare di cose che mi interessano.
Mi ha permesso, sia qui che su LinkedIn, di contattare professionisti e addetti ai lavori, scambiare idee e pareri e arricchirmi su un argomento che trovo sempre più interessante.

Se ne avete perso qualcuno, o se magari volete rileggerli, questi sono i post che in questo anno sono stati più letti e discussi.

Grazie quindi a tutti i lettori e chi mi ha chiarito ancora le idee, e continuate a seguire il Consumatore del marketing, anche su Facebook!

Federico


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Il marketing dal basso, su Facebook

Torna la serie del marketing dal basso, stavolta con un titolo che sembra contraddittorio.

Sia perché ho sempre riportato esempi on the road, sia perché l’uso dei social media dovrebbe essere comunque un’evoluzione rispetto a tecniche di marketing un po’ più “caserecce”.

Invece, sull’app di Facebook tra la (tanta, troppa) pubblicità che compare, è arrivata questa perla:

Il marketing dal basso, su Facebook

Ammettetelo, è fantastica.

La Bottega delle Bontà ha, molto apprezzabilmente, capito l’importanza di farsi pubblicità anche su social network (e Facebook offre una piattaforma pubblicitaria importante, magari ne riparlerò).
Ha quindi preparato l’annuncio puntando sulla spedizione gratuita, che è sempre una scelta valida anche se non capisco perché ancora qualcuno si ostini a mettere questo balzello in modo palese, invece che affogarlo nei costi del prodotto… ma tant’è.

Poi però, dovendo aggiungere un’immagine alla campagna pubblicitaria, c’è la vera chicca: la foto del buono sconto analogico!

Non penso sia stato fatto con intenzione, però la cosa colpisce davvero perché lega un modo di farsi pubblicità più o meno innovativo al vecchio e caro talloncino di cartone dato ai clienti più fedeli. Quello che magari prima dei saldi veniva spedito per posta per convincere gli affezionati frequentatori a farsi un giretto nel negozio prima dell’apertura ufficiale degli sconti.

Insomma, una commistione di vecchio e nuovo che risulta però simpatica e sicuramente è indice di grande volontà di innovazione da parte di chi magari, vuoi la crisi vuoi l’intenzione di ampliare le vendite, si affaccia per la prima volta ai nuovi media e alle nuove modalità di comunicazione.

Federico